La ricerca: che passione! Gara #TurboBlogging

“Rare sono le persone che usano la mente. Poche coloro che usano il cuore e uniche coloro che usano entrambi.” (cit. Rita Levi Montalcini). No! Non sono d’accordo con questa affermazione, per quanto la fonte sia ammirevole e degna di stima.

Come si fa, infatti, a non usare cuore e mente quando si fa della ricerca? E poi è elevato il numero di persone coinvolte nella ricerca: si parla di circa 700 – 800 ricercatori solo del CNR, che si sono messi a disposizione delle imprese (direttamente) e delle persone (indirettamente), per ritrovare, sperimentare e analizzare materiali e tecnologie, alta tecnologia, al fine di migliorare un po’ la nostra vita. Naturalmente svolgono la loro attività mettendoci passione, dedizione, consacrando la loro esistenza a questa missione … ricercando con il cuore … individuando idee per l’impresa, per l’impresa in Italia…

Oltre alla passione, però, devono usare anche la mente, impegnati come sono nell’ascoltare e captare i bisogni avanzati sia dal contesto industriale, che da quello sociale, nel ricercare ed individuare le soluzioni più appropriate per soddisfare i bisogni rilevati, trasformando queste idee creative in prodotti permeati da alta tecnologia.
Le soluzioni individuate sono veramente geniali, incredibili! Come si fa a pensare, ad esempio, all’utilizzo della ceramica in medicina? Eppure è possibile! Alcuni ricercatori dell’Istec CNR, infatti, hanno osservato come l’invecchiamento della popolazione italiana e gli attuali stili di vita adottati abbiano creato un forte bisogno di biotecnologia per la medicina. Accade spesso che, in seguito ad eventi traumatici, a malattie degenerative oppure a malformazioni congenite, vengano a mancare oppure si deteriorino alcuni tessuti. Inoltre, l’esigenza rilevata da questi ricercatori indirizza verso tessuti in grado di essere integrati dallo stesso organismo umano, inglobali dalle cellule naturali, fino a riformare la parte mancante. Questo per evitare di sottoporre il paziente a più interventi chirurgici per risolvere il problema. Questi scienziati hanno così individuato tessuti in grado di essere accettati, non rigettati dal corpo umano e basati sulle stesse fibre e molecole della ceramica, scoperte tecniche che sono state trasformate in realtà da Finceramica, la quale ha riprodotto questi tessuti su scala industriale, al fine di risolvere i problemi legati alle cartilagini consumate completamente o parzialmente dall’attrito delle ossa.
Ma non finisce qui. Cosa dire del ricercatore che ha inventato una sorta di vernice per bottiglie (perdonate la mia banalizzazione, a livello concettuale, del frutto ingegnoso di questa ricerca), in grado di conservare meglio e più a lungo le bevande, conservandone le proprietà e il sapore? Oppure del macchinario in grado di misurare alterazioni apportate al gusto di un alimento, al variare anche solo di una componente utilizzata per la sua produzione?

Sembra fantascienza, se guardiamo a queste invenzioni attraverso gli occhi del consumatore finale, che è spesso inconsapevole della ricerca tecnologica che ha contribuito a portare sulla sua tavola un prodotto ancora fresco, privo di muffe, arricchito con principi attivi (come ad esempio lo yogurt probiotico), confezionato in una struttura altamente tecnologica, al punto da contenere anch’essa delle molecole in grado di preservare ancora più a lungo le proprietà organolettiche dei prodotti.

Tecnologia che diventa realtà, che è parte integrante della nostra quotidianità. La nostra esistenza, infatti, è completamente permeata dalla tecnologia, ci viviamo dentro (nelle nostre case e nell’ambiente); la introduciamo nel nostro corpo attraverso il cibo; la utilizziamo per spostarci. Ovunque ci voltiamo, rileviamo della tecnologia (più o meno palese dell’alacre lavoro di ricerca sottostante) finalizzata ad un unico comune obiettivo: quello di migliorare il nostro benessere, la qualità della nostra vita. Una ricerca realizzata anche da molti “cervelli” rimasti in Italia, molti nella Silicon Valley italiana, ossia l’Emilia Romagna. E’ qui che esiste una rete di “tecnopoli”, di laboratori volti espressamente ad effettuare ricerca innovativa, centri di sperimentazione nati per rispondere alle esigenze delle imprese e della pubblica amministrazione. Si tratta di una struttura neurale idealmente suddivisa su 6 piattaforme, differenziate per quanto riguarda gli obiettivi dei singoli progetti affrontati, ma che in realtà sono strettamente interconnesse tra loro:
  • piattaforma agrolimentare
  • piattaforma dell’energia ambiente
  • piattaforma delle costruzioni
  • piattaforma della meccanica dei materiali
  • piattaforma della scienza della vita
  • piattaforma ICT.
Sono realtà che nascono dalla stessa esigenza; affondano le loro radici (condivise) nel medesimo tessuto socio-industriale, nutrendosi alle stesse fonti energetiche e crescendo interconnesse tra loro.
E Aster, la Rete Alta Tecnologia dell’Emilia Romagna, ha il compito di coordinare questa struttura tecnologicamente nevralgica: si tratta di un Consorzio tra la Regione Emilia Romagna, le Università, gli Enti di Ricerca e il mondo imprenditoriale.
Ma l’Aster è anche un fiore, un “astro” che cresce in densi cespugli tondeggianti, molto ramificati, con piccole foglie verdi e lisce. Ha dei fiori simili alle margherite, con un cuore centrale giallo-oro, da cui si dispiegano numerosi petali azzurri o bianchi. Nel linguaggio dei fiori significa “Varietà”.

E quale nome migliore per indicare questa realtà caratterizzata da ricerca e tecnologia?

Articolo scritto da Simona Tovaglieri nell’ambito della gara #TurboBlogging 2013. Se vuoi aiutare Simona a vincere, Condividilo e Ritweettalo Ora!
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